La centralità del fattore umano nei processi di innovazione di un territorio

NON BASTA IL DIGITALE PER SVILUPPARE UN TERRITORIO. ASSIEME VANNO RIPENSATE LE POLITICHE DI WELFARE E LE IDEE DI TOLLERANZA E INCLUSIONE.

L’Unione dei Comuni della Bassa Romagna, opportunamente, nei giorni scorsi ha organizzato un evento “Open Day” dedicato ai temi dell’innovazione e dello sviluppo del territorio.

Di seguito qualche riflessione che ho rivolto alla platea sui temi della “smart land” e sui fattori che fanno si che un territorio possa essere competitivo. (Alla fine dell’articolo le slide che ho illustrato)

Certamente una forte competizione avviene tra gli stati nazionali ma, i territori, tra di loro, indipendentemente dai confini nazionali, giocano un continuo confronto per sviluppare l’economia e la qualità del tessuto sociale.

  • Comunemente siamo abituati ad associare l’innovazione alla diffusione delle infrastrutture digitali e all’uso dei diversi device digitali.

La diffusione delle infrastrutture e dei device digitali é una precondizione abilitante. La vera differenza la faranno, sempre di più, la capacità di attrarre o di sviluppare la qualità del “fattore umano” e la socializzazione e l’utilizzo dei dati.

  • Qualche anno fa Richard Florida nel suo libro “L’ascesa della nuova classe creativa” affermava l’importanza che le governance dei territori favorissero l’insediamento di attori sociali che caratterizzavano la loro attività nelle attività innovative. L’insediamento di questi soggetti fa, secondo Florida, la differenza nello sviluppo, anche economico, di un territorio.

Effettivamente la previsione di Florida si é rivelata corretta. Tuttavia, ciò che Florida non ha calcolato é che le politiche insediative dei “portatori di talento” dovevano accompagnarsi ad attività, programmate dalle governance locali, rivolte a coloro che l’innovazione e la crisi economica ha messo ai margini.

Così, per svariati motivi, non ultima la devastante crisi economica, non é stato. Alla perdita di posti di lavoro e di sicurezza economica/sociale dovuta alla crisi economica, si é accompagnato l’effetto incontrollato della massiccia diffusione del “digitale”.

L’innovazione, affrettatamente associata al digitale, non é stata, nel senso comune, concepita come un fattore positivo ma, come un elemento di insicurezza.

Oggi, sul piano politico, soprattutto in Italia, non sono vincenti le espressioni e gli interessi delle “classi creative” e dei loro valori (ad es. inclusione e tolleranza), bensì coloro che agiscono sulle paure e sugli effetti negativi dei processi innovativi.

Chi voglia -una governance territoriale- lavorare per sviluppare in modo innovativo il proprio territorio dovrà quindi lavorare su un duplice versante. Sicuramente quello dello sviluppo del “digitale”, ma anche sulla riqualificazione degli strumenti di welfare e sulla cultura dell’inclusione e della tolleranza.

Nessuno dovrà essere lasciato indietro.

In questi anni, generalmente con scarso successo, le Pubbliche Amministrazioni locali hanno “liberato” numerosi data set.

Lo scarso successo dell’operazione open data é dovuto, oltre alla scarsa qualità dei dati offerti, anche all’assenza di una domanda di dati, e ciò a partire dalle stesse amministrazioni e dai soggetti economici.

I dati prodotti dalle P.A. ma, sempre di più, i dati generati dalle piattaforme I.O.T. (Internet of Things) e più in generale dalle aziende pubbliche in ogni ambito, avranno, se opportunamente trattati, un grande valore sociale ed economico.

Anzi, alcuni data set trattati, raffinati e immessi sul mercato potranno contribuire al finanziamento del welfare locale.

Questa attività ha bisogno di consapevolezza e di professionalità.

Comprendo bene come questa “agenda dell’innovazione” possa essere considerata come eccessivamente ambiziosa ma, se in questi tempi bui, non riprendiamo a ragionare con orizzonti ampli difficilmente assisteremo allo sviluppo dei nostri territori.

Michele Vianello

https://www.linkedin.com/in/michelevianello

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