Perché il P.D. parla di date e non discute di welfare nell’epoca del digitale?

Questo scritto rappresenta l’inizio di una riflessione più ampia e ambiziosa sugli effetti delle tecnologie digitali negli ambienti urbani e, soprattutto, sugli strumenti che ci siamo dati nel corso del secolo scorso per regolare la convivenza democratica e civile.

Esso è dedicato in primis ad alcune categorie di persone che ho incontrato nel corso della mia vita. Sono quelle persone che si sono impegnate nobilmente “in politica” e che oggi, frastornate (come me), si chiedono: “di cosa dovremmo discutere per ritrovare le nostre radici culturali e ideali?” Sono persone nate dal brodo di coltura di diversi mondi politici. Oggi, queste persone, sono tutte accomunate dal desiderio, quasi fisico, di discutere “del mondo che verrà”.

Michele + Vianello + digitale + dati + PD

Finalmente si comincia a parlare di “cose serie”.

Bill Gates propone di tassare i processi di robotizzazione nelle imprese (meglio, i robot) perché anche il “lavoro dei robot” va tassato al pari di quello umano.

Concetti analoghi li ha espressi qualche settimana fa il candidato socialista alle presidenziali francesi Hamon. I robot tolgono lavoro all’uomo. Le imprese che sostituiscono il lavoro umano con i robot andrannno tassate.

In modo più sciocco e superficiale, nostalgico delle ricette novecentesche, c’è chi propone la Google tax (purtroppo, non solo il “mitico” Boccia).

Succede che l’impatto delle tecnologie digitali sul lavoro e sulla società sta cominciando drammaticamente a dimostrare anche il suo lato “disruptive”. Finisce, per fortuna, la visione pionieristica ed entusiastica dell’irrompere del digitale, compresi tutti i suoi amenicoli buffi e patetici (alla Riccardo Luna per capirci), finisce l’epoca dei neopositivismo digitale, comincia –almeno spero- l’epoca dell’analisi seria sulla diffusione e gli impatti della tecnologia digitale sulle imprese, sull’occupazione, sulla società.

Questa riflessione e le misure conseguenti che se ne vorranno trarre, non si dovrà affrontare viziati dalla visione “affettiva” verso il digitale o, in modo superficiale, nascondendone tutti gli aspetti negativi. Egualmente sarà difficile riflettere su proposte di valenza strategica zavorrati dalla cultura del novecento (alla Landini per intenderci).

1) Macrotema. L’irrompere del digitale e la fine del fordismo stanno cambiando le dimensioni del vivere, dell’abitare e l’organizzazione delle nostre città.

Ciò potrà generare, senza dubbio alcuno, aspetti positivi e cambiare qualitativamente in meglio il nostro modo di vivere. Tuttavia, la disparità economica e culturale delle persone verso l’accesso e l’utilizzo delle tecnologie digitali potrà produrre (sta generando) nuove diseguaglianze alle quali è impossibile rispondere con gli strumenti tradizionali.

Le Amministrazioni che guidano le città sono culturalmente impreparate a govervare questa nuova ondata di cambiamento.

Purtroppo siamo tutti acriticamente stupiti dall’auto che si guida da sola, dalla domotica, dai lampioni intelligenti, poco stiamo riflettendo sulle disparità sociali, sulle potenzialità offerte dalla predittività, e sulla violazione della privacy.

Soprattutto non valutiamo, per limiti culturali, la nostra incapacità di utilizzare la infinita quantità di dati generati da tutte le nostre attività “digitali” (a partire da Internet of Things).

Il welfare cittadino (salute, istruzione, assitenza sociale ecc.) sorretto dalla fiscalità generale e labor intensive –soprattutto nel settore pubblico- palesemente non regge più e non è in grado di dare risposta alle nuove sfide.

2) Macrotema. Come è stato per tutte le grandi rivoluzioni tecnologiche che si sono susseguite durante l’evoluzione umana, anche il digitale sta scompaginando gli assetti e gli equilibrii che si erano consolidati in epoche precedenti.

Storicamente gli interessi messi in discussione si sono organizzati e hanno costruito, anche a prezzo di conflitti durissimi, altri strumenti in grado di tutelarli dall’impatto che l’innovazione aveva generato. Si tratta di quelle reti di protezione e di opportunità definite comunemente welfare state.

Nella nostra discussione la parola “innovazione” è stata associata solo ad una valenza positiva (siamo innovatori!!!). Troppo spesso, scioccamente, abbiamo sostenuto che solo l’innovazione ci potrà salvare. Formalmente tutto ciò è vero. Stiamo però vedendo solo una faccia della luna. In pratica stiamo assistendo anche ad una formidabile edizione del darwinismo sociale basato sull’ineguale distribuzione del sapere, della produttività e della ricchezza prodotta dall’uso della conoscenza.

Ci siamo dimenticati che la rivoluzione digitale si fonda sul trattamento della conoscenza, dei dati, delle informazioni, del potere. Ci siamo dimenticati che I.C.T. sta per Information and Communication Technology.

Ogni volta che utilizziamo il nostro IPhone per comunicare attraverso una piattaforma come Facebook, stiamo regalando informazioni, cooscenza e potere al proprietario di quella piattaforma.

3) Macrotema. La nascita dello stato sociale (welfare) ha consegnato alla nostra società uno strumento che ha dimostrato, seppure a fasi alterne, tutta la sua efficacia per quasi 100 anni nel garantire pari opportunità e protezione sociale. Lo stato sociale, in tutte le sue diverse declinazioni nazionali (si chiama welfare state), è stato parte determinante dell’identità delle forze riformatrici di varia estrazione.

L’efficacia dello stato sociale è stata tale fino a che la crescita dell’economia ha garantito una parallela crescita dell’occupazione e del reddito, fino a che la produttività generata dalla “forza delle macchine” ha trovato il modo di essere redistribuita più o meno equamente.

La tassazione e l’articolazione della struttura dello Stato e delle istituzioni sono stati gli strumenti attraverso i quali questo meccanismo si è riperpetuato.

Tuttavia questo strumento –il welfare- versa in uno stato di lenta agonia da almeno 50 anni. Parallelamente alla crisi del welfare è cominciato il declino delle forze di sinistra a partire da quelle di derivazione socialdemocratica.

La dimensione dello stato nazionale non garantisce più una uniformità di strumenti (di politiche) a disposizione, la globalizzazione dell’economia, delle culture, della società, ha imposto altri criteri di redistribuzione del reddito e di creazione di opportunità universali. Il sistema di tutele novecentesche non regge più, una palese insicurezza regna sovrana nelle nostre società. L’incapacità di rispondere adeguatamente, l’assenza di una cultura riformatrice, di “un sogno comune”, il “sonno della ragione” genera mostri religiosi e politici.

4) Macrotema. È colpa dell’innovazione digitale? Ovviamente no.

Le radici di quest’epoca terribile (ma anche entusiasmanete) e insicura stanno altrove. Stanno nella devastante crisi economica, nella fine delle ideologie che, bene o male, garantivano un collante ideologico e ideale alla società, nella distruzione ottusa del sogno europeo.

Scrive Alec Ross (Il nostro futuro. Come affrontare il mondo dei prossimi venti anni) “A differenza dell’ultima ondata di globalizzazione e innovazione che, trainata dall’informatica, ha fatto uscire dall’indigenza un enorme numero di persone, la prossima ondata metterà in difficoltà i ceti medi di tutto il mondo, minacciando per molti un ritorno alla povertà. L’ondata precedente ha visto interi paesi e società crescere economicamente. La prossima prenderà le economie di frontiera e le porterà all’interno del mainstream economico, mettendo a dura prova i ceti medi nelle economie più sviluppate”.

Come è stato scritto, oggi l’innovazione porta con sé promesse, ma anche pericoli.

È affrontabile questa nuova fase di “innovazione” utilizzando le reti di protezione, di tutela, di garanzia di opportunità pensata e realizzata nel secolo scorso. Si può parlare di “tutela del lavoro” come si faceva negli anni ’50 del secolo scorso?

La denuncia del fenomeno robot (degli applicativi web, pensiamo al lavoro di banca) che distrugge milioni di posti di lavoro e contribuisce ad impoverire e a rendere insicuro il ceto medio, ovvero il cemento delle società avanzate, è il modo attraverso il quale una mente vigile come quella di Bill Gates ci avvisa di un pericolo imminebte, di un fenomeno pericoloso in corso.

La proposta di tassare i robot riproduce, in epoca moderna, una ricetta classica del “vecchio welfare”, ovvero un prelievo alle imprese per finanziare i benefit/garanzie previsti dalle strutture dello stato sociale.

Gli strumenti potranno essere il reddito di cittadinanza, una migliore istruzione, un livello assistenziale più efficiente. È la riproduzione del vecchio “cassetto degli attrezzi”.

Vorrei ricordare che il reddito di cittadinanza non è una invenzione dei 5 Stelle, è una proposta della quale anche il vecchio PCI – al pari delle socialdemocrazie europee- discuteva 30 anni fa.

Ovviamente quella prefigurata da Gates (ma non articolata) è una proposta che ha un suo valore concreto soprattutto sul piano redistributivo.

Contiene all’incontrario una insidia culturale. Il modello di business e di profitto nato nel mondo digitale di successo (Google e Facebook in primis, ma anche Amazon ecc.) prima di essere tassato –cosa che andrà fatta- andrà imitato e riprodotto efficacemente nella vecchia Europa, sempre che siamo ancora in tempo.

5) Suggestione/Macrotema. La vera fonte di reddito e di profitto nell’epoca del digitale è data dalla capacità di fruire, trattare e visualizzare infinite quantità di dati.

Nell’epoca della rivoluzione industriale (ma anche oggi) le fonti da possedere, trattare, distribuire erano il petrolio, le fonti energetiche, le risorse minerarie ecc..

Il dato è la risorsa da trattare, possedere, distribuire nell’epoca mopderna. E, a differenza del petrolio e del carbone non è in esaurimento, anzi è in costante crescita, è inesauribile.

Inoltre il digitale è pervasivo di ogni aspetto della nostra vita sociale e lavorativa. Il digitale fa si, per fare un esempio, che ogni attività domestica generi dati riutilizzabili

Tutta l’economia digitale si basa sul fatto che qualcuno produce dei dati (condivide, user generated content), qualcun altro li utilizza e li distribuisce vendendoli e ricavandone un profitto immenso.

Questa è l’essenza del potere e dell’economia nell’epoca moderna.

Lo stesso robot, mentre sostituisce lavoro umano, produce anche dati e conoscenza.

Come si capirà, il tassare i profitti che provengono dall’uso dei dati è una risposta del tutto parziale. Innanzitutto perché i sistemi di tassazione sono “nazionali” e l’economia digitale non conosce i confini nazionali (salvo localizzarsi in Paesi dove i livelli di pressione fiscale sono bassi), soprattutto perché la ricchezza da distribuire è infinitamente più grande di quello che pensiamo e difficile da individuare vista la pervasività di un ecosistema digitale.

La vera riflessione da fare dovrebbe imperniarsi invece sulla capacità di regolare lo scambio (individuale o collettivo) tra la produzione di dati e il profitto da essi generato.

Faccio un esempio molto semplice per farmi capire.

Le diverse applicazioni domotiche, a partire dalla digitalizzazione dei sistemi di controllo sull’uso dell’energia, consente all’utente di ottimizzare una sua fonte di spesa, consegna tuttavia al fornitore una messe infinita di dati sulle abitudini di una famiglia.

Quei dati, opportunamente trattati, possono essere rivenduti a fornitori terzi (una compagnia assicurativa, un venditore di pentole) che profileranno meglio il loro potenziale utente.

Si tratta di uno scambio palesemente ineguale tra l’utente e il fornitore.

Se i dati, opportunamente trattati, venissero quantizzati e resi noti, trasparenti (sveglia amici dell’open data!!!!), il valore ricavato dalla vendita del dato potrebbe abbattere il costo della bolletta.

Pensate all’infinita quantità di dati che inconsapevolmente produciamo ogni giorno e dei quali traiamo solo un beneficio parziale.

Il motore di ricerca di Google è utilissimo, GMAIL è utilissima. Sono servizi gratuiti? Apparentemente sono gratuiti, nei fatti ognuno di noi li paga abbondantemente fornendo dati.

Tutti noi utilizziamo Facebook o Instagram per parlare con il mondo. L’uso di Facebook è gratuito? Apparentemente. In realtà noi forniamo infinite quantità di dati dai quali viene tratto il profitto di Facebook.

Potrei continuare a lungo su questa strada.

L’epoca del digitale è contraddistinta da una disparità di fondo tra il benefit ottenuto (inconsapevolmente) dal produttore di dati e l’immenso profitto tratto dai produttori di piattaforme. A questo va aggiuntoil fatto che i device che producono dati vengono pagati lautamente.

Questa disparità non si risolve semplicemente tassando Google. Questa disparità si affronta attraverso un processo, tutto da declinare, basato sulla redistribuzione del dato.

Capisco bene che al dato trattato andrà dato un valore, che ciò che genera valore è il mashup di dati che provengono da fonti diverse, che bisogna rendere consapevoli le persone ecc. ecc. Ne sono consapevole ovviamente.

Ma, come esiste la quotazione del petrolio, perché anche i dati, in modo trasparente, non possono essere quotati? Altro che privacy!!!

Perché dobbiamo teorizzare solo lo sharing di mezzi fisici (auto, bici, coworking) e non quello dei dati trattati e socialmente riutilizzabili.

Perché la città smart invece che essere definita in base alla quantità di tecnologie non viene all’opposto valutata sulla qualità/quantità di dati condivisi? Perché il welfare cittadino, l’abitare cittadino non possono essere parzialmente finanziati dall’uso intelligente dei dati prodotti da I.O.T.?

Di questo mi piacerebbe si discutesse oggi. Viceversa, pateticamente, continueremmo ad assistere all’elegia del digitale, alla disputa sulle date, all’esaltazione acritica dell’operaio del ‘900 versus il neo capitalista della Silicon Valley.

Parlare di umanesimo digitale è, prima di tutto, capire come si redistribuisce il valore prodotto dai dati.

NATURALMENTE SE VUOI DISCUTERE CON ME DI QUESTI E DI ALTRI TEMPI SONO SEMPRE DISPONIBILE PER PRENDERE UN CAFFÈ

michele-vianello-smart-cities