Abbandonare i social??? In risposta alla mia amica Cristina Farioli

Colpevoli siamo anche tutti noi (me compreso) che abbiamo acriticamente magnificato il “futuro digitale”, che abbiamo additato al pubblico ludibrio l’analfabetismo digitale e non l’analfabetismo civico.

Qualche giorno fa una cara amica, Cristina Farioli, mi ha detto “caro Michele è un periodo che ti vedo particolarmente critico verso il mondo dei social network. Perché tutto questo???”.

La risposta più semplice, cara Cristina, è quella che, generalmente, le piattaforme social oggi sono diventate lo strumento acritico per amplificare il peggio del peggio che il genere umano può mettere in campo.

Naturalmente sto parlando di un aspetto –il social networking- della diffusione del digitale nell’epoca moderna.

L’accoppiata social network, diffusione dei device mobili è ciò che ha creato la killer application -la tempesta perfetta- che ha cambiato il mondo. Non è un caso che, nel senso comune, Internet sia associato al digitale e ai social network.

Industria 4.0, Internet of Things, intelligenza artificiale sono cose per pochi adepti. Tra non molto saranno un problema, o una opportunità, per tutti. Chi lo sa?

Ma, torniamo a noi.

Scrivo queste osservazioni con infinita tristezza poiché in questi anni ho lavorato per una diffusione e un uso consapevoli dell’utilizzo delle piattaforme di social networking.

Ingenuamente ho pensato che nella società esistessero infinite energie intellettuali e civili, e che queste avessero bisogno di essere liberate attraverso le piattaforme digitali di condivisione. Sono rimasto folgorato sulla via del web 2.0, dello “user generated content”.

Lo “user generated content” si è trasformato in fake news, in “condividi se sei indignato” ecc. ecc.. Tutto questo con buona pace per David Weinberger, Chris Anderson, Tim o’Reilly. Naturalmente i suddetti sono scomparsi da ogni forma di dibattito e con loro, tutti i buoni propositi predicati in questi anni a piene mani.

Quanti di noi hanno pensato alla positività rappresentata dallo “sharing” della conoscenza e hanno sostenuto a lungo Wikipedia???.

Quanto ci siamo alimentati di “wikinomics” (ricordate Tapscott e Williams??) ecc.ecc.??? Abbiamo sbagliato clamorosamente.

Abbiamo consentito, in un’epoca di incertezze, di timori per il futuro, di ingiustizie sociali ed economiche, di crisi economica che si affermasse lo spirito acritico e  l’incapacità di discernere.

Pensavamo si condividesse il sapere, si é diffuso, come una malapianta l’odio e l’intolleranza.

Viviamo in un momento di rancore diffuso, di ignoranza alimentata ad arte, di distruzione del senso di autorità, di impossibilità/incapacità di argomentare la propria tesi con fatti certi.

Chi lavora nel mondo del social networkings è sempre alla disperata ricerca di engagement. L’engagement, anzi, è il metro con il quale si misura il successo di una campagna, di una presenza sui social network.

Ecco, oggi la ricerca è quella di suscitare un engagement negativo. Il successo di una campagna è dato dalla diffusione acritica del peggio.

Vengo da un’epoca in cui la politica era scandita da strategie, da “pensieri lunghi”, dalla possibilità di argomentare. Non era l’età dell’oro, certamente.

La strada al pensiero acritico è stata aperta dai talk show televisivi, dalla politica urlata, dalla impossibilità di argomentare. Tutti fermi alle proprie posizioni di partenza, anche se in palese malafede.

Oggi i talk show si sono trasferiti su Twitter e su Facebook ma, con i tempi, la brevità, la radicalizzazione, la semplificazione propri delle “piazze virtuali”. Lo stesso vale per la stampa tradizionale.

In questo contesto il messaggio negativo, la sfiducia nel futuro, si sedimentano con sempre maggiore forza.

Ha scritto Jason Lanier (Dieci ragioni per cancellare subito i tuoi account social) “Emozioni negative come la paura e la rabbia scavano più a fondo e si sedimentano più a lungo dentro di noi rispetto a quelle positive.Occore maggior tempo per creare fiducia che per perderla. Bastano pochi secondi per scatenare una ‘reazione combatti o fuggi’, mentre per rilassarsi possono servire delle ore.”.

Naturalmente non è colpa dei social se c’è la crisi economica, le guerre, le migrazioni. Che sciocchezza!!!

È responsabilità dei proprietari dei social e delle piattaforme digitali non essere intervenuti per tempo per bloccare i fomentatori d’odio, i politici irresponsabili, le notizie palesemente false.

Il famoso algoritmo non è nato nella mente di Minerva, è stato realizzato (e costantemente aggiornato) da uomini che rispondono agli ordini di altri uomini che devono ricavare profitti dall’utilizzo delle piattaforme e dei dati da esse generati.

Abbandoniamo i social? migriamo al mondo analogico? alle “sicurezze” della radio e della televisione??? Anche questa, che sciocchezza!!!! Le lancette della storia non si possono portare indietro.

Qualche cosa si potrebbe fare, in piccolo, come contributo individuale alla ricostruzione di un clima di tolleranza e di confronto (dialogare è già una cosa diversa perché presuppone, a monte, una volontà che non vedo così diffusa).

Due cose in particolare mi hanno preoccupato in questi mesi.

La prima cosa è la messa in discussione, grazie ai social, della scienza e del principio di autorità

La messa in discussione della scienza ha avuto come gravissima conseguenza la diffusione (anche grazie ai social) delle tesi antiscientifiche in materia di medicina e di vaccini.

L’esistenza delle sirene, lo sbarco sulla luna, le scie chimiche vanno ridotte a categorie della psichiatria. La negazione dei fondamenti della medicina, come argomentato dall’ottimo Roberto Burioni, crea un pericolo per la sopravvivenza del genere umano.

Ma, anche la negazione senza fondamento delle tesi “scomode” fa parte di questo disastro sociale (v. ad es. L’arretramento linguistico dei social su economia e finanza: il caso del nemico Boeri).

Detto con franchezza, Wikipedia non è la scienza. Wikipedia è il Bignami scritto a molte mani qualche decennio dopo da quando (il Bignami) era il modo più diffuso per “studiare senza approfondire”.

La seconda cosa è il disconoscimento del principio di autorità, il quale è fondamento di coesione nelle società moderne.

Mi riferisco in particolare alla continua opera di delegittimazione degli insegnanti nelle scuole.

Certo, non è colpa di YouTube se si moltiplicano le vessazioni e gli episodi di bullismo che avvengono nelle scuole. Sicuramente è responsabilità di chi gestisce queste piattaforme se non esistono filtri che ne impediscano la diffusione senza limiti.

Ancora di più è colpa (responsabilità è troppo poco) delle famiglie che non formano, che non educano i loro figli ai principi del rispetto e della convivenza.

A monte, prima dell’acquisto di un device (volgarmente un telefonino) per un minore dovrebbe esistere una attività educativa e di responsabilità da parte dei genitori.

Colpevoli siamo anche tutti noi (me compreso) che abbiamo acriticamente magnificato il “futuro digitale”, che abbiamo additato al pubblico ludibrio l’analfabetismo digitale e non l’analfabetismo civico e umanistico.

Colpevoli sono coloro che erano convinti che un quindicenne, versato nella stampa 3D, potesse spiegare ad un Sindaco come digitalizzare una pubblica amministrazione.

Colpevoli sono coloro che in modo acritico hanno spiegato che la smart city era fatta di tecnologie e non di cittadini consapevoli (i mitici smart citizen).

Colpevoli sono coloro (qui mi tiro fuori) che hanno pensato all’innovazione digitale –anche quella della P.A.- come atto di imperio centralizzato, senza pensare alla diffusione della pedagogia dell’innovazione.

Per essere chiari la pedagogia dell’innovazione non è formare i pubblici dipendenti sulle virtù degli open data.

Pedagogia dell’innovazione è la realizzazione di condizioni culturali –anche informatiche- che consentano di gestire in modo responsabile e critico il flusso rivoluzionario dell’innovazione digitale.

Qualche giorno fa su Facebook, che uso per diffondere i miei messaggi critici e non (la cucina ad es.), (perché non dovrei?) ho proposto, e qui lo ribadisco ancora una volta, la necessità che chi di noi si è speso per la diffusione della cultura digitale, si metta a disposizione, come nuova forma di civismo e di impegno, per favorire la diffusione dell’educazione civica (che non è una noiosa materia scolastica), del civismo digitale (altrimenti del FOIA non ce ne faremo nulla), della cultura umanistica.

Non serve formalizzare nessun gruppo, per carità. Mi vengono in mente molte persone che stimo per il loro senso civico, per le loro competenze digitali, per la loro serietà che potrebbero essere sensibili a questo appello.

Amici cari, se ci siete, battete un colpo.

Cara Cristina, non mi sono dimenticato di te. Devo ringraziarti perché per rispondere a te ho finalmente sfogato, pubblicamente (questo sharing serve a qualche cosa), il profondo malessere e disagio verso un mondo che pensavo, sbagliando, come una condizione di progresso per l’umanità.

 

 

 

Michele Vianello

https://www.linkedin.com/in/michelevianello

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