Il Piano Triennale per l’informatica nella Pubblica Amministrazione. Successo e fallimento

ALCUNE NOTE RAGIONATE

IL SUCCESSO DI AMAZON È LEGATO AD UN MODELLO ORGANIZZATIVO RESO POSSIBILE DALLA RIVOLUZIONE DIGITALE

piano triennale

Quelle che seguiranno sono alcune, prime, riflessioni sul Piano Triennale per l’Informatica nella Pubblica Amministrazione 2017-2019.

Esse sono destinate principalmente agli estensori del Piano se vorranno tenere in considerazione le osservazioni di chi nella PAL (Pubbkica Amministrazione Locale) ci lavora “da un pò di tempo”.

Esse serviranno per aiutare, mi auguro, i diversi interessati a maturare posizioni ponderate, critiche, ma non distruttive.

Queste note servono anche a me per dare un pò di ordine alla mia riflessione e per darmi un metodo di lavoro nell’aiutare i miei clienti nel valutare e applicare il Piano.

Ho voluto sottolineare immediatamente il mio approccio PAL al Piano Triennale.

Il Piano intende rivolgersi, nelle sue prescrizioni, a tutta la Pubblica Amministrazione. Questo é il primo limite metodologico. In Italia, in realtà esistono molte (troppe) Pubbliche Amministrazioni, figlie della nostra Costituzione e di un “consolidato legislativo”.

Pensare di prescrivere a tutta la PA, indistintamente, nel suo complesso -dal Comune di Rocca Cannuccia, alla Capitaneria di Porto di Venezia – di digitalizzarsi allo stesso modo (Piani Triennali), rappresenta un errore difficile da rimediare.

È velleitaria e soprattutto sbagliata questa affermazione “facilitare il coordinamento di tutti gli interventi di trasformazione digitale e l’avvio di un percorso di centralizzazione della programmazione e della spesa pubblica in materia.” v. pag. 16 Centralizzare é proprio sbagliato.

Veniamo al merito.

Il Piano é MOLTO POSITIVO laddove analizza, pianifica e prescrivere in materia di “Data center e cloud (pag. 22). Tuttavia non é chiaro che fine faranno i data center gestiti dalle in house e, soprattutto, che ruolo si intende far svolgere ai grandi operatori privati, soprattutto quelli globali.

Totalmente d’accordo con gli intendimenti “- riorganizzazione del parco dei data center della Pubblica amministrazione attraverso un’opera di razionalizzazione utile, sia a ridurre i costi di gestione, sia a uniformare e aumentare la qualità dei servizi offerti alle Pubbliche amministrazioni, anche in termini di business continuity, disaster recovery ed efficienza energetica; – realizzazione del cloud della PA, grazie al quale sarà possibile virtualizzare il parco macchine di tutte le Pubbliche amministrazioni…;”. Ovviamente come ci si arriva operativamente in tre anni é tutto da definire.

Il Piano é MOLTO POSITIVO per quanto riguarda la Connettività (pag.30). 

Michele + VIanello + AGID + Piacentini

Il Piano é MOLTO EFFICACE nelle parti dedicate ai Dati della Pubblica Amministrazione (pag. 34).

“La valorizzazione del patrimonio informativo pubblico è un obiettivo strategico per la Pubblica amministrazione. Per sfruttare le potenzialità dell’immenso patrimonio dei dati raccolti e gestiti dalle PA è necessario attuare un cambio di paradigma nella loro gestione che consenta di superare la “logica a silos” in favore di una visione sistemica. Il dato deve essere inteso come bene comune, condiviso gratuitamente tra Pubbliche amministrazioni per scopi istituzionali e, salvo casi documentati e propriamente motivati, utilizzabile dalla società civile.”

Naturalmente non sfuggirà a nessuno che queste giustissime (e non nuove affermazioni) si intrecciano con almeno due aspetti: il dato va generato per essere riutilizzato “ab origine”; soprattutto, il primo destinatario del dato deve essere la stessa PA (strumenti di predictive, valorizzazione anche commerciale dei dati, ecc. non é cosa solo per i privati).

Ragionamenti analoghi valgono per le Piattaforme abilitanti (pag.48).

È MOLTO IMPORTANTE anche da un punto di vista culturale, ciò che si afferma nelle sezioni Ecosistemi (pag. 62) Data e Analytics Framework (pag. 78).

Particolarmente é molto importante una riorganizzazione orizzontale della Pa in ecosistemi.

1Non a caso uso il verbo “riorganizzare”. Gli ecosistemi, che andranno modellizzati ad ogni livello della Pa, si realizzeranno non solo perché le piattaforme saranno interoperabili e lo scambio di dati e di informazioni finalmente possibile. Gli ecosistemi si fondano, prima di tutto, su processi culturali e organizzativi. Ma, purtroppo, come vedremo più avanti il Piano sottovaluta le competenze organizzative.

Naturalmente mi auguro che i tempi previsti dall’AGID (con tono e metodo ordinativo) siano rispettati da tutti gli attori.

E, nel caso non siano rispettati, mi chiedo quali sanzioni verranno applicate agli Enti inadempienti. Il fallimento dei tempi di applicazione di ANPR e della Carta d’Identità Digitale bruciano molto. Non penso siano sufficienti i costanti richiami all’ANAC.

A questo punto vorrei affrontare le note maggiormente critiche.

Chi opera in questi mondi deve sempre tenere in grande considerazione come fattore primario che NON ESISTE UNA PA. Uno dei motivi di difficoltà nel rendere attuale il Codice dell’Amministrazione Digitale é l’aver pensato che si potesse normare tutto, allo stesso modo.

Nel mondo reale esistono TANTE PUBBLICHE AMMINISTRAZIONI.

All’opposto, gli estensori del Piano concepiscono i loro indirizzi come se esistesse una PA, un unicum indistinto al quale, in virtù di una “cultura informatica superiore” impartire ordini. Mi permetto di suggerire agli estensori di cassare quella parte del Piano denominata “Principi per lo sviluppo di progetti digitali” pag.105.

Il tono usato é irritante, é general generico, i contenuti assolutamente banali.

1

Qualche considerazione va fatta inoltre sul capitolo denominato “Gestione del Cambiamento” pag 83.

In particolare gli estensori lamentano come in poche PA si sia provveduto ad attivare quella figura prevista dal Codice dell’Amministrazione Digitale comunemente definita “manager per la transizione digitale”.

La figura di cui sopra viene definita in questo modo dal CAD “Il responsabile dell’ufficio di cui al comma 1 è dotato di adeguate competenze tecnologiche, di informatica giuridica e manageriali e risponde, con riferimento ai compiti relativi alla transizione, alla modalità digitale direttamente all’organo di vertice politico.”.

La verità é che nella PA figure come quelle delineate si contano sulla punta delle dita di una mano, soprattutto nei micro enti, quelli con il Segretario Generale a scavalco. È utopistico pensare di individuare figure come quella descritta. Ovviamente ci sono soluzioni come quella di affidare alle Provincie (o alle Città Metropolitane) un ruolo di coordinamento nella riorganizzazione e nella digitalizzazione degli Enti minori.

Non sto dicendo che dobbiamo essere i prigionieri delle storture della PA. Sto affermando che, se si vuole cambiare (digitalizzare è uno strumento) la PA, é necessario intervenire contemporaneamente su almeno  tre fronti:

  1. ORGANIZZATIVO. Non c’é una riga del Piano che parli di cultura organizzativa. Si parla di competenze digitali, ma le competenze organizzative non vengono considerate.
  2. DELEGIFICAZIONE. La difficoltà a procedere sul terreno dell’interoperabilità deriva, prima che da limiti informatici (conseguenza), da limiti organizzativi e da rendite di posizione che trovano loro legittimazione nella legge. Senza polemica, questa montagna non la scali producendo API. Il cittadino esige prodotti figli di processi. La PA é organizzata per procedimenti verticali. I silos sono figli del procedimento.
  3. CULTURALE. È necessario dare vita sul serio ad un progetto di acculturazione di tutti i dipendenti della PA. I dipendenti “normali” non solo non sanno cosa é un metadato, non possiedono la cultura della trasparenza. Banalmente, l’attività di fascicolazione o di protocollare (basilari per tutte le PA), dovrebbero avere alla base l’interrogativo “per chi sto salvando???”. Vorrei ricordare che le norme di fascicolazione e gestione documentale sono dettate dalle leggi sui beni culturali.

Brutalmente, se non si vuole che le ottime (senza piaggeria) parti del Piano evidenziate più sopra restino sulla carta -come spesso avvenuto nel passato- bisogna che il “dream team” di Piacentini meticci la sua cultura digitale con quella di chi, nei diversi ambiti della PA, ne conosce profondamente l’organizzazione, la norma, i procedimenti.

NON CE LA CAVIAMO A INTERFACCE USER FRIENDLY PER I CITTADINI

Il successo di Amazon é legato ad un modello organizzativo reso possibile dalla rivoluzione digitale. Nella PA italiana é la stessa cosa … un pò più complicata.

La sfida all’AGID e al team di Piacentini é data innanzitutto dalla capacità di intervenire sui progetti presentati dalle Città Metropolitane (PON Metro) e abbondantemente finanziati.

Con umiltà, quei contenuti progettuali, soprattutto l’asse 1 Agenda Digitale aiutano ad affermarsi il processo delineato dal Piano???? Attendo una risposta.

NATURALMENTE SE VOLETE DISCUTERE CON ME DI QUESTI TEMI, VI OFFRO VOLENTIERI UN CAFFÈ

michele-vianello-smart-cities

 

 

 

Autore: Michele Vianello

https://www.linkedin.com/in/michelevianello

2 pensieri riguardo “Il Piano Triennale per l’informatica nella Pubblica Amministrazione. Successo e fallimento”

  1. Ciao Michele, letto con molta attenzione e altrettanto piacere.
    Ti segnalo solo alcuni piccoli refusi, sai come è… deformazione professionale

    – il “dream team” di Piacentini meticci la sua cultura digitale
    -Pubbkica

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