Categorie
Senza categoria

Perché in Italia un giovane (geniale) non può sfondare

Ho letto il libro “Facebook-La storia” di David Kirkpatrick.

Il libro non è eccezionale, ho letto di meglio.

Ciò che mi ha fatto riflettere, per questo il libro va letto, è la storia del rapporto tra Zuckerberg e i fondi in investimento.

La conclusione è che il fenomeno Facebook, così come Google, Apple ecc.ecc. in Italia (e forse in molte parti d’Europa) non sarebbe riproducibile.

In queste settimane, commentando le quotazioni in borsa di Linkedin, molti si sono interrogati su una nuova bolla speculativa. Guardo il lato migliore: senza venture, senza questi investitori, senza i geni delle Università americane, il web non avrebbe questa dimensione e quella carica innovativa che ci fa “cambiare il mondo”.

Ciò che accomuna due figure molto diverse come Marck Zuckerberg e Steve Jobs è che entrambi si sono posti come obiettivo (oltre che il business), il voler cambiare il mondo. Ambiziosi, no?

Piccola frase dal libro che fa capire come “funziona” da quelle parti del mondo.

Zuckerberg & Co si preparano ad un incontro con una impresa che gli propone di acquistarli per 1 miliardo di dollari. Nota bene i nostri soggetti oscillano tra i 19 e i 20 anni di età.

“Zuckerberg indossava una maglietta, un paio di pantaloncini e i sandali Adidas. Parker e Cohler avevano optato per il look maglietta-più gicca sportiva. Non si presero la briga di proiettare slide….”

Pensate la stessa scena ripetuta di fronte alle nostre paludate banche e immaginate l’effetto.

Ecco perché in Italia è difficile far nascere imprese nuove ed ecco perché siamo inevitabilmente destinati al declino.

5 risposte su “Perché in Italia un giovane (geniale) non può sfondare”

In Italia è difficile far nascere imprese serie perchè i nostri governanti sono solo dei vecchi rimbambiti che hanno sputtanato il futuro dei giovani condannandoli a pagare gli errori commessi in passato ed che persistono. Inoltre con un impianto fiscale come il nostro chiunque avrebbe difficoltà a rimanere sul mercato. Del resto il creatore/fondatore di Facebook non è certo un imprenditore (ma un poverino) e la sua creatura “Facebook” ne si può neanche minimamente chiamare azienda, dove il prodotto sono le informazioni personali dei suoi utenti. Questa è una vera è propria porcheria da condannare sotto il profilo della Privacy. Del resto uno che decide di iscriversi a questo servizio e… forse lui in declino!

@Sandro, Io ti invito a leggere il libro e sinceramente definire “un poverino” Zuckerberg mi sembra semplicistico quanto errato. Tra l’altro la pubblicità mirata a seconda del target esiste da decenni, il fatto che con Fb si abbia più possibilità di approfondire e ricercare il target stesso è semplicemente un’innovazione dell’advertising e vorrei sapere sotto che punti dovrebbe metter in pericolo la privacy (baluardo con il quale orami i più urlano scagliandosi contro mulini a vento).

@tutti, invece io volevo fare un’osservazione: tralasciamo il consistente problema dei finanziamenti bancari, in Italia una startup come Fb non potrebbe mai nascere, sopratutto se analizziamo COME si è costituita e QUANDO ha ricevuto facilmente i fondi prima di strutturarsi come Azienda. Io in questi giorni sto cercando di dar vita ad un’associazione e le lungaggini burocratiche sono ridicole ed infinite. Figuriamoci cosa dev’essere costituire un’Azienda..

[…] -IMPRESE & INNOVAZIONE: L’Italia è tra gli ultimi Paesi nell’area Ocse per volume di finanziamenti alle aziende giovani con potenziale di crescita. Parliamo di “venture capital”, quel capitale di rischio grazie al quale regioni come la Silicon Valley hanno potuto prosperare e crescere negli ultimi decenni. La frazione dedicata agli investimenti di rischio nel Belpaese è davvero ridicola: lo 0,005% del Pil (!!!), contro lo 0,03% della Germania e lo 0,05% di Francia e Gran Bretagna. Solo Polonia, Ungheria e Lussemburgo fanno peggio di noi. Israele, Stati Uniti, Svizzera e Svezia sono invece tra i Paesi con maggiore propensione al “venture capital”. E’ evidente come -nella nostra cultura assolutamente conservatrice- manchi l’attitudine al rischio. Al proposito vi segnalo pure l’illuminante articolo di Michele Vianello. […]

Lascia un commento