IL WEB, I SOCIAL, L’AMPLIFICAZIONE DEL DISAGIO.

LE FAKE NEWS E LA FINE DELL’ETÀ DELL’INGENUITÀ.

CONSIGLI AI POLITICI E ALLE PUBBLICHE AMMINISTRAZIONI.

Questo pezzo era nato pensando ai limiti professionali e comunicativi che condizionano le Pubbliche Amministrazioni e il personale politico nell’utilizzo dei social network e, più in generale, delle piattaforme web.

Doveva tradursi in alcuni consigli per evitare ai politici facili entusiasmi e poi disastrose disillusioni.

I social network sono generalmente un veicolo di successo per i leader che hanno visibilità e generano così engagement. All’opposto i social network possono essere un pericoloso boomerang per chi non è attrezzato professionalmente e culturalmente.

Scrivendo mi sono accorto di aver dato fiato a riflessioni che stavo maturando da tempo. Sono, quelle che seguono, considerazioni che rappresentano il mio modo di vedere i rapporti tra i cittadini, la politica, le Istituzioni in quest’epova di fake news e di uso deresponsabilizzato del web e del digitale.

Naturalmente, nelle righe finali aggiungo anche qualche consiglio e qualche punto di riferimento per chi voglia evitare di naufragare in questo “mare periglioso”.

In questi giorni, nel commentare i risultati elettorali, stanno avendo ampio spazio le analisi sul ruolo che hanno i social network nel formare gli orientamenti di voto degli elettori.

Non è una novità, giacché un dibattito analogo è già avvenuto in tutto il mondo occidentale all’indomani delle recenti scadenze elettorali a partire dalla vittoria di Trump sulla Clinton. Ancora di più questa discussione diviene pressante quando si assiste a sconvolgimenti –peraltro assolutamente prevedibili- come quelli che hanno contraddistinto le elezioni italiane.

Quasi sempre la discussione è viziata dall’analisi sul peso che le fake news hanno nell’indirizzare le opinioni espresse dai cittadini.

Le fake news sono solo uno degli aspetti –seppure rilevante- da analizzare.

Proviamo ad inquadrare meglio il problema: le piattaforme web sono diventate un “luogo” “non neutrale” per modificare e consolidare il sentiment politico e sociale.

Mentre il mondo delle imprese, ormai da tempo, scansiona e utilizza queste piattaforme, la “politica” non sempre vive il mondo social in modo adeguato.

Anzi, con eccezioni molto evidenti, spessissimo lo subisce.

Torniamo ai due virgolettati, “luogo” e “non neutrale”.

Il primo virgolettato sta ad ad indicare la materialità decontestualizzata propria delle piattaforme social.

I maggiori social sono piazze nelle quali si discute più o meno animatamente di politica. Il problema vero è che non scegliamo noi cittadini i partecipanti alla discussione. Soprattutto, il confine della discussione non è mediata da alcuno, spessissimo è priva di regole, viene ampliata –diventa virale, si direbbe- in una dimensione spazio-temporale inimmaginabile nel mondo materiale.

Inoltre, le piattaforme social amplificano, trasformano, deformano, le notizie generate dai media tradizionali (audio-video e cartacei).

L’impressione è che alcuni giornali pubblichino notizie palesemente non veriterie al fine che esse siano diffuse e viralizzate dalle piattaforme social.

Questi fenomeni preoccupanti sono stati definiti dalla Unione Europea con il termine “disinformazione”.

I fondatori –ormai un decennio fa- del termine web 2.0 parlavano di “user generated content”, ovvero di un mondo social che viveva e prosperava grazie alla dimensione –soprattutto quantitativa- delle notizie postate da chiunque avesse un account su un social network.

Sembrava l’avvento di un’epoca di democrazia e partecipazione più forte e strutturata, fondata sulla diffusione del web e delle piattaforme. In realtà non è stato così. Ci illudevamo, io per primo.

Il secondo virgolettato sta a smentire le idee secondo le quali i dialoghi sui social siano “liberi”. L’idea secondo la quale ognuno dice quello che pensa sulle piattaforme di social networking –a differenza dei giornali e dei media televisivi- è astrattamente vera.

È vero che ognuno di noi posta quello che vuole, spesso travolto dalle emozioni, senza mediazioni, negando la realtà senza approfondire ed esaltando, all’opposto, il “percepito”.

La verità però è che è un algoritmo predisposto dal proptietario/gestore del social ad evidenziare le notizie che ci vengono proposte sul wall, la pubblicità che seguiamo, gli amici che scegliamo.

In tutti i casi, alle persone “normali”, sfugge il fatto che l’algoritmo, nella sua ideazione e nel suo sviluppo, non è uno strumento che garantisca neutralità, pluralità, democrazia. L’algoritmo è ideato da una mente umana –colui che possiede la piattaforma- ed è spessissimo finalizzato a proporci ciò che potrebbe interessarci sulla base di una serie storica di contenuti postati, letti, condivisi, commentati da ognuno di noi e da alcune cerchie con le quali ci relazioniamo.

È l’algoritmo a proporti i potenziali amici con i quali condividere il tuo vissuto e le tue convinzioni.

La piazza del paese –quella materiale/reale- è profondamente democratica perché scegliamo noi di cosa e con chi discutere.

La piazza virtuale è profondamente antidemocratica perché i soggetti della discussione non decidono le regole e i contenuti della discussione.

Tuttavia i social esistono e influenzano profondamente la nostra vita.

La politica e le Amministrazioni pubbliche non possono prescindere da una presenza organizzata, regolata il più possibile, attiva sulle principali piattaforme social.

La politica e le Amministrazioni devono dotarsi di strumenti e di professionalità che consentano di monitorare costantemente il sentiment che emerge dai dialoghi sulle piattaforme di social networking.

Gli elettori, i cittadini, stanno sui social; la politica e le Amministrazioni devono stare anche sui social.

Queste affermazioni potranno sembrare scontate, perfino banali. Purtroppo, nella vita reale (a partire dalla mia vita professionale) non è così.

Prescindiamo dall’analisi dei contenuti di carattere “privato” che vengono postati dalle persone. Non è questo l’oggetto della nostra discussione.

Lasciamo stare quindi i “buoni sentimenti”, il cibo e il racconto dei nostri viaggi e delle nostre vacanze.

Le società occidentali sono reduci –almeno speriamo- da una crisi economica e sociale durissima che ha sconvolto tutte le nostre certezze, le Istituzioni, le gerarchie consolidate.

Alla crisi economica si sono aggiunti i cambiamenti climatici le cui conseguenze potrebbero avere effetti pesantissimi nei prossimi decenni se non venissero affrontati, da subito, con decisione.

I fondamentalismi religiosi trasformatisi in “Stato” e “politica” stanno oggettivamente spaventando le società occidentali.

L’insieme di questi fenomenti hanno reso insostenibili le strutture del welfare per come lo avevamo conosciuto nel corso del ‘900, hanno dato il via a migrazioni di massa difficilemnte gestibili, hanno distrutto milioni di posti di lavoro nei settori tradizionali.

Gli effetti controversi della “rivoluzione digitale” non sono governati. Generano benessere e opportunità per alcuni, distruggono le vite e le sicurezze occupazionali soprattutto nei settori economici e nelle attività tradizionali per altri strati della popolazione.

Le ideologie e le culture del passato che avevano cementato e allo stesso tempo diviso le nostre società, che avevano assicurato un “sentire universale”, dimostrano tutta la loro inadeguatezza a rappresentare i bisogni del mondo moderno, a quietare le insicurezze, le ansie, le paure.

In più, in modo maggiormente accentuato rispetto agli altri Paesi, in Italia, la crisi di legittimazione della classe politica ha contribuito a disgregare la fiducia nelle Istituzioni e l’ottimismo verso il futuro.

Negli anni ’50 e ’60 mio padre credeva nel progresso. Oggi è difficile “credere nel progresso”.

Tutto ciò ha generato e continua a generare la paura, la rabbia, l’insicurezza, il populismo diffuso, fattori che oggi fanno la differenza nell’espressione del voto.

Una volta si votava la “speranza”, oggi non è più così.

Le piazze virtuali, soprattutto Facebook, non si limitano a registrare questo clima. I social amplificano, consolidano, legittimano il disagio, l’odio, la paura.

I social non sono la causa, i social sono il “megafono deresponsabilizzato” della rabbia, del rancore, della paura.

Il successo delle fake news si fonda sul fatto che ognuno ascolta, condivide, commenta ciò che sente più vicino alle sue convizioni, alla sua rabbia, alla sua paura. Non cerchiamo la “verità oggettiva”. È “vero” solo ciò che è simile al nostro sentire.

Gli algoritmi che presiedono alla “vita sociale” di Facebook e di Twitter favoriscono il consolidarsi di questi fenomeni perché sono essi (gli algoritmi) a scegliere gli argomenti e le cerchie che frequenta ognuno di noi. L’algoritmo non prevede di favorire il confronto tra opinioni distanti. Viene all’opposto codificata la relazione tra simili.

Così il pensiero non è sottoposto alle dinamiche della dialettica, non si evolve mai. La dialettica hegeliana fondata sulla “tesi”, l’”antitesi”, la “sintesti”, non ha cittadinanza negli algoristmi che guidano i “dialoghi” –si fa per dire- che avvengono sui social.

Sui social non si convince nessuno a cambiare idea. Sui social ognuno consolida i convincimenti, la rabbia, la paura, i buoni sentimenti (pochi aimé!!!) di chi la pensa già come lui.

In modo snobbistico si potrebbe decidere di abbandonare questi mondi, di ritirarsi nella torre d’avorio del proprio io e di “limitarsi” a frequentare le piazze analogiche.

Un normale cittadino ha tutto il diritto di evitare di impelagarsi in inutili e spiacevoli discussioni su Facebook. All’opposto, un genitore ha il diritto di postare tutto il suo sdegno verso le idiozie dei no vax e verso le forze politiche che li sostengono.

Può decidere di farlo, può decidere che non ne vale la pena.

In teoria, la politica e le Istituzioni devono provare a partecipare alla discussione e ad indirizzarla. La politica e le Istituzioni dovrebbero convincere e informare, dovrebbero consentire ai cittadini di far evolvere il proprio pensiero.

Ma, se una parte rilevante delle forze politiche o dei personaggi politici, all’opposto, rinfocolano le paure e le ansie? Se come “regola d’ingaggio” adottata alimentano la disinformazione e le fake? Se per prime queste forze amplificano le notizie false? Se per prime, queste forze politiche, criminalizzano l’avversario?

Anche nel secolo scorso, in epoca di radicalizzazione delle ideologie politiche, a suon di manifesti e di Tribune politiche i comunisti e i democristiani criminalizzavano l’avversario.

Ma, il livello di divulgazione e di viralità era limitato, le regole democratiche erano chiare. Oggi, nel mondo social il livello di diffusione e di viralità ha una dimensione enorme ed imprevedibile.

La continuità tra la “notizia” pubblicata sui media tradizionali e la sua viralizzazione dà ad essa ¨una forza persuasiva come mai si era visto.

Alla luce di tutto ciò il confronto politico “di successo” che avviene sulle piattaforme di social networking non potrà mai essere gestito con i criteri e le regole dell’epoca dei media tradizionali.

Che fare allora?

 

DARSI E CONDIVIDERE UN’ETICA

Mi rivolgo ai cittadini e intendo dialogare con loro esclusivamente sulla base di notizie e di fatti veri e sono consapevole che il dialogo e il confronto sono il modo migliore di arricchire tutti noi e consolidare il tessuto democratico.

Soprattutto, anche nel confronto più aspro, non intendo ledere mai la dignità umana dell’avversario.

Mi impegno a non postare notizie false. Le fake news non giovano a nessuno. Nella vita reale un troll o un noto mentitore, sarebbero messi ai margini, sarebbero isolati. Le persone gli direbbero in faccia: “sei un bugiardo”.

Cominciamo a bannare, ad isolare, a denunciare (anche nelle sedi giudiziarie) coloro –persone, partiti., imprese- che diffondono idee false e calunniose. Cominciamo a bannare i nostri “amici” che contribuiscono a viralizzare le falsità. Forse non sono davvero nostri “amici”, sicuramente quel manifesto violento, razzista, offensivo che hanno condiviso risponde davvero al loro modo di pensare.

Anche per questo motivo dobbiamo impegnarci ad appurare la fonte delle notizie pubblicate sui social.

Un politico e ogni Pubblica Amministrazione dovrebbero codificare alcuni principi etici, condividerli sul web, farne la base per una campagna di radicamento della cultura civica digitale.

 

DARSI E CONDIVIDERE DELLE REGOLE

Se sei una Pubblica Amministrazione e hai una presenza sul web devi necessariamente darti delle regole per gestire i dialoghi con i cittadini.

Uso il termine “presenza web” per indicare una architettura comunicativa complessa della quale deve dotarsi una Amministrazione.

I siti istituzionali, le piattaforme di dialogo e di segnalazione, i social network, le chat bot devono costituire un unicum di dialogo e interlocuzione con i cittadini.

Ciò vale per le Istituzioni, vale ancora di più per il personale politico.

Il tono comunicativo, la qualità dei dialoghi, la mediazione del conflitto nella discussione, vanno accuratamente scelti, devono essere il frutto di una strategia.

Ma, i dialoghi, la cura dei contenuti, la mediazione del conflitto non possono essere affidati a “sparute” redazioni quasi sempre confuse con il tradizionale ufficio stampa.

Se si vuole utilizzare efficacemente un ecosistema digitale bisogna dotarsi delle professionalità e degli strumenti adeguati alla complessità di questa attività.

 

DARSI UNA STRATEGIA PER COMUNICARE/PER NON SUBIRE

  1. a) Se siete una Pubblica Amministrazione esercitate nella comunicazione il massimo della trasparenza.

Curate molto la qualità dei dati e dei formati utilizzati sia nelle sezioni Amministrazione Trasparente che nel portale degli open data.

Non accontentatevi di rispondere fedelmente alle prescrizioni dell’ANAC, sviluppate una politica di trasparenza.

Al troll disinformato o in cattiva fede si risponde con la trasparenza. La trasparenza dimostra tutta l’ignoranza del troll. Se avete già pagine o account social linkate le sezioni dedicate alla trasparenza e all’open.

  1. b) Basta!!! Abbandonate le app o le applicazioni dedicate al racconto di tutto quello che non va nella vostra città.

Quella che era concepita come prassi democratica, in realtà è solo una forma di masochismo condiviso.

Ciò che oggi va organizzato è il racconto e la condivisione delle buone pratiche, del civismo, l’esperienza delle street community, l’idea di uno Stato (o Istituzioni) non assistenziali.

Fate emergere il buono e il positivo che c’è nelle nostre città.

Il troll viene cacciato dalle comunità di cittadini che lavorano sulle buone pratiche.

  1. c) Dedicato ai politici. Spessissimo la strategia di un troll è fondata sull’intimidazione dell’avversario.

Qualsiasi cosa posti un politico “mediamente famoso” comincia una attività di branco che impedisce lo svilupparsi di un qualsiasi dibattito. Tutto è finalizzato allo spostare i termini della discussione, all’insulto gratuito ecc..

Potrei postare gli screenshot di una discussione serissima sui vaccini che sconfinava inevitabilmente sul giustizialismo e sui vizi della politica. Il giustizialismo e la politica non c’entravano nulla, ma il troll e il branco che pratica la disinformazione non ha interesse ad entrare nel merito dei problemi.

Non è obbligatorio per un politico, nel caso abbia una pagina su Facebook, tenerla aperta ad ogni “contributo”. Si può decidere di moderare il dibattito.

La pagina o il profilo sono “casa mia”. A casa mia entra chi voglio io e chi tiene un certo comportamento. Pubblico quello che voglio e caccio ogni disturbatore.

Bannare senza pietà i disturbatori e i “non amici” è un atto profondamente democratico.

Restringere le cerchie è una ottima strategia. D’altronde se non siete né Obama, né Lady Gaga, non avete interesse ad una gestione quantitativa della vostra presenza sui social.

Se devo valorizzare ed arricchire un messaggio, un pensiero, non ho interesse alcuno ad ampliare a chiunque la discussione.

Ma qui siamo ancora alla difesa.

  1. d) Se fossi una Amministrazione: cercherei di portare i dialoghi e le interlocuzioni sul sito istituzionale dell’Ente.

La condizione è che alcune funzionalità proprie dei social siano replicate nell’architettura del sito, che siano utilizzate correttamente, che la politica e i funzionari pubblici siano facilmente “accessibili” grazie al sito istituzionale.

Insomma, il sito Istituzionale può diventare un ottimo strumento di condivisione e di dialogo.

UNA RACCOMANDAZIONE FINALE. CHIUNQUE VOI SIATE, RICORDATE SEMPRE CHE IL DIGITALE NON È UNA IDEOLOGIA DA DIFFONDERE. IL DIGITALE È SOLO UN POTENTISSIMO STRUMENTO DI COMUNICAZIONE.

SE VOLETE DISCUTERE CON ME VI FFRO VOLENTIERI UN CAFFÈ

 

 

Michele Vianello

https://www.linkedin.com/in/michelevianello

Un pensiero riguardo “IL WEB, I SOCIAL, L’AMPLIFICAZIONE DEL DISAGIO.

  • 22 marzo 2018 in 10:31
    Permalink

    Grazie per gli spunti di riflessione. Credo che l’aspetto comunicativo della pubblica amministrazione sia uno dei punti con cui cambiare le cose. Per ora, nei casi in cui c’è, nella stragrande maggioranza siamo fermi ad un rispetto pedissequo delle disposizioni di amministrazione trasparente. Lavoro in una scuola e in questo ambiente si cerca di fare qualcosa con l’aiuto di tutto attraverso per esempio la comunità di Porte Aperte sul Web. Ma ci si sente soli e non capiti rispetto all’istituzione centrale.

    Risposta

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