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Digital Transformation

Digitale e occupazione. Cerchiamo di evitare facili esemplificazioni.

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Ormai da un po’ di tempo è in atto un dibattitto sugli effetti dei processi di digitalizzazione sui livelli occupazionali (e non solo) in un Paese.

Come sempre si scontrano i “digital-entusiasti” e coloro che con più prudenza tendono a leggere i processi nella loro completezza e complessità.

Come è evidente –nonostante la divulgazione degli effetti benefici dei processi di innovazione digitale sia il mio mestiere- tendo a situarmi nel secondo schieramento.

Sto raccogliendo molto materiale, nelle prossime settimane darò alla luce un saggio sufficientemente articolato.

Il mio pensiero è molto influenzato da due libri “La nuova rivoluzione delle macchine” di Erik Brynjolfsson e Andrew McAfee (lo ho finito in queste ore) e “La dignità ai tempi di Internet” di Jaron Lanier (letto qualche mese fa).

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Diciamo che non sono libri da “digital –entusiasti” e da web agency.

Le riflessioni offerte dai due libri dovrebbero essere fatte proprie dalle classi dirigenti e permeare le attività di governo.

Entrambi i libri accoppiano l’analisi dei processi di digitalizzazione, ai grandi fenomeni della globalizzazione e soprattutto alla grande crisi che ha attanagliato il mondo occidentale in questi anni.

I processi di digitalizzazione non sono la rivoluzione. È la “rivoluzione delle macchine” ad essere il motore del cambiamento. La “rivoluzione delle macchine” ha tre caratteristiche è “digitale”, è “esponenziale”, è “combinatoria”.

Per queste caratteristiche la “rivoluzione delle macchine” (o di Internet secondo Lanier) genera effetti sulla occupazione/disoccupazione assolutamente diversi da quelli analizzati dalle tradizionali dottrine economiche neoliberiste o keynesiane.

Siamo di fronte a fenomeni inediti. Soprattutto, poiché la rivoluzione è “esponenziale”, siamo solo all’inizio di un processo che sta cambiando radicalmente la vita del genere umano.

Sotto il versante dell’occupazione i processi di digitalizzazione stanno distruggendo più posti di lavoro di quanti ne stiano generando, inoltre il ceto medio si sta rapidamente impoverendo.

“La combinazione di abbondanza e divario mette in crisi due visioni del mondo popolari per quanto contraddittorie. La prima vuole che i progressi tecnologici gonfino sempre i redditi. L’altra vuole che l’automazione danneggi i salari dei lavoratori perché la gente è rimpiazzata dalle macchine. Entrambe le visioni hanno un nocciolo di verità, ma la realtà è più sfumata. I rapidi progressi dei nostri strumenti digitali stanno creando un benessere mai visto prima, ma non esiste una legge economica che garantisca che tutti i lavoratori, o anche solo una maggioranza, beneficeranno dei suddetti progressi. Per quasi due secoli gli stipendi sono cresciuti rimanendo al passo con la produttività, e questo ha creato una sensazione di ineluttabilità del fatto che la tecnologia aiutasse (quasi tutti). Invece in questi ultimi anni lo stipendio medio ha smesso di tenere il passo con la produttività, dimostrando che questo divario non è solo una possibilità teorica ma anche un dato empirico della nostra economia attuale.”.

Come vedete i problemi sono un po’ più complessi di come vengono raccontati dai “digital-ottimisti”.

Sicuramente dovremo dotarci di una cultura e di consapevolezze tutte da costruire evitando facili ottimisti e semplificazioni.

Ad esempio, nel mondo delle imprese, sarà complicato pensare solo al web-marketing e al social networking. Dopo la diffusione della robotica (processi di digitalizzazione sostitutivi di mano d’opera), sta emergendo l’epoca di Internet of Things e delle attività “combinatorie”.

Dovremo imparare a non essere dominati dalla cultura entusiastica delle macchine (La tecnologia e il futuro, che è molto diverso da “la tecnologia è il futuro”).

Per uno come me che si occupa di smart cities sarà ancora più impellente affermare l’idea che l’essere umano è il centro di ogni nostra riflessione.

Infine, anche la produzione e l’uso dei dati dovrà avere una attenzione che fino ad ora non ha avuto. L’orizzonte della Google tax sembra molto limitato e limitante. È una battaglia retroguardia.

Forse l’idea di Jaron Lanier secondo la quale il dato, poiché è valore, deve essere pagato, non è così utopica e velleitaria come potrebbe sembrare ai più.

 

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