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Manuale di autodifesa per salvarsi dai venditori di “città intelligenti” (smart…qualche cosa)

Difendersi da qualcuno non è mai troppo bello, soprattutto se si parla di innovazione.

La sfida per la sostenibilità ambientale si gioca oggi prevalentemente nelle aree urbane. Non solo nelle grandi aree urbane.

Il traffico, l’inquinamento, la congestione, lo spreco di energia generano i loro effetti nefasti sugli equilibri del pianeta prevalentemente nelle aree urbane.

La crisi “economica” nelle sue forme inedite sta mettendo in discussione le forme di rappresentanza e di coesione sociale così come si erano venute a consolidare fin dal secondo dopo guerra.

Parallelamente la tecnologia ci ha messo a disposizione strumenti di comunicazione, informazione e dialogo quali mai la specie umana aveva avuto a disposizione.

Mi riferisco, in particolare, al mondo ICT. Ovviamente non voglio trascurare l’impatto che altri settori di ricerca stanno generando per il futuro di tutti noi, ma la tecnologia della conoscenza è trasversale e pervasiva a tutto.

Perché allora un manuale di autodifesa contro i venditori di smart cities?

Le pubbliche amministrazioni (non solo italiane), di fronte “alle crisi”, si sono dimostrate impreparate culturalmente ad affrontare e a governare la dissoluzione dei mondi conosciuti.

Hanno vissuto spesso le conseguenze dell’innovazione ICT, complessa e pervasiva, come un esproprio del loro potere, senza coglierne invece tutte le opportunità.

Tutte le Istituzioni e ogni forma di potere tradizionale organizzato (Sindacati in primis) non guardano in avanti.

In questo contesto le Istituzioni locali, soggiaciono al fascino dei venditori di tecnologia come soluzione ad ogni male.

“Ma serve una visione che guardi lontano” è la frase con la quale Elena Comelli conclude l’articolo di commento (Le nuove città intelligenti a congresso a Firenze) dell’assemblea dell’Associazione “United Cities and Local Governments“.

Appunto, guarda in avanti, non soggiacere supino ai grandi vendors i quali, per caità, si limitano a fare il loro mestiere.

La città intelligente non è la somma meccanica dei prodotti che vi vengono offerti. La città intelligente non è solo open government. La città intelligente non è smart grid.

La città intelligente non è la somma stocastica (casuale) di azioni/prodotti separate separate le une dalle altre.

La città intelligente è figlia, prima di tutto, di collaborazione, di programmazione, di pianificazione dell’uso e della diffusione dell’intelligenza. L’intelligenza è figlia di dialoghi (su web) tra persone, tra oggetti, tra persone e oggetti.

Per questi motivi la città intelligente ha bisogno di strumenti pianificatori che siano il frutto della concertazione tra le Pubbliche Amministrazioni, i soggetti imprenditoriali pubblici e privati. La città intelligente è figlia dei dialoghi che si svolgono tra i cittadini attraverso il web.

Vi consiglio la lettura delle slide pubblicate da “Futuretext” “Apps per smart cities”, e assieme uno straordinario scritto di William MitchellImmaginate un mondo fatto di cose che pensano e che diventano intelligenti: ecco la città dei bit”.

Riflettete sugli scenari e le suggestioni culturali prospettate da William Mitchell, riprendente a riflettere in una prospettiva di lunga durata, date spazio alla fantasia, riprendete a darvi una strategia. Iniziate a pianificare l’innovazione nella vostra area urbana. Non importa se non siete un amministratore. Pensare in modo non conservatore alla vostra città, fa sempre molto bene all’intelletto.

Naturalmente, con modestia, c’é chi può aiutare a sviluppare questi processi di innovazione secondo processi culturali “non convenzionali”.

 

 

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